Enrico Pambianchi

Biografia / Biography

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Enrico Pambianchi [ Ostellato di Ferrara, 23 ottobre 1969] è un disegnatore e pittore italiano.

Enrico Pambianchi disegna e dipinge dal 1983 prima come autodidatta sconfinando tra innumerevoli materiali e manipolando tecniche pittoriche e improvvisazioni materiche poi seguendo alcuni grandi Maestri presso i loro Atelier.

Inizia a muovere i primi veri passi negli anni ottanta con una pittura figurativa di matrice classica riprodotta a gessetti, olio, carboncino e matita. Disegna satiri, fauni, corpi umani nerboruti, cavalli imbizzarriti. Ridisegna, grazie alla sua sapiente mano soggetti di matrice classica come i capolavori di Michelangelo e Leonardo. Poi, con dedizione studia e riproduce Dalì, Bacon e le opere, dei primi anni duemila, il Ciclope Polifemo o Madre Natura, ricostruiscono le atmosfere Picassiane del Grande Bagnante con Libro del 1937. Influenzato dal linguaggio del suo amico ma soprattutto maestro, l’artista modenese Wainer Vaccari, al quale dedica un ritratto ora custodito nella Collezione di Vittorio Sgarbi, riproduce San Sebastiano e Frankenstein fino all’ossessione.

Esordisce sulla scena artistica minore all’inizio degli anni novanta, come co-fondatore di un gruppo ideatore di un iniziativa artistica dedicata ad una ricerca iconografica sulla vita e sul mondo di Toulouse Lautrec all’interno di uno spazio, a quel tempo, gestito dal famoso chef Igles Corelli. Fino alla fine degli anni novanta ha continuato a sperimentare la pittura figurativa attraverso gessetti, olio e carboncino su carta.

Il dittico del 2003 dal titolo Uomo Tatuato è un esempio di sapiente uso della matita e della graffite. In seguito si è lasciato fortemente condizionare, tra il consapevole e l’inconsapevole, dal linguaggio del pittore modenese Wainer Vaccari (1949) a cui rimarrà molto legato da buona amicizia. Un’influenza sulla pittura giovanile di Pambianchi la ebbe anche, in un certo qual modo, al maestro Remo Brindisi (1918-1996), che Enrico ebbe la fortuna di conoscere.

Con l’arrivo degli anni duemila qualcosa si trasformò nel modo di affrontare e leggere i codici classici e Pambianchi iniziò ad inoltrarsi, prima nel linguaggio informale astratto per poi approdare al figurativo informale, indagato attraverso tecniche miste. Gli anni duemila vedono i corpi e i volti deformarsi sotto l’impeto della mano dell’artista. Fu attratto dalle Corride, dipinse i toreri, il sangue dei tori e la polverosa terra della Ruedo (l’arena) fino a farne trasudare le tele. Iniziò un percorso da agnostico, miscredente iconoclasta, ridisegnando visi, corpi e scene in cui intravvide iperboli di deformità costruendo i codici di un linguaggio o uno stile identificabile come “iperrealismo visionario”.

“Ho così iniziato a ritrarre i personaggi dei fumetti, con particolare predilezione per Steve Rogers a.k.a Captain America ma, soprattutto, la “creatura” del moderno Prometeo meglio conosciuta come Frankenstein.” E.P.

Riproducendo sino all’ossessione il personaggio del romanzo di Mary Shelley (1816/17) Pambianchi iniziò a sperimentare la tecnica del collage dando avvio ad un personale processo di sintesi tra tecnica e soggetto, una sorta di percorso simbiotico, che lo portò verso la “ricchezza artistica”. Spinto dalla brama verso una continua ricerca di commistioni sempre più ardite tra l’uso del collage e altre tecniche pittoriche come olio, resine, colature plastiche, pastelli, incisioni Pambianchi pare rincorrere quel senso di lordura, eterogeneità e apparente insensatezza di cui è realizzato lo stesso corpo del suo soggetto ispiratore.

Negli anni a seguire, continuando a mettere a punto la sua, ormai distintiva, tecnica mista, ha indagato nuovi soggetti, divertendosi a rivisitarli e deformarli in chiave sarcastica. Nascono così le opere che ritraggono i quadri fiamminghi di Rembrandt, i soggetti spagnoli di Velasquez, fino alle scene dei film del regista Michelangelo Antonioni.

La luce, nella sua pitture, ha un ruolo molto rilevante. Si è dedicato a ricerche sul sensazionalismo e spesso si è trovato ad attingere, nella sua febbrile investigazione artistica, in maniera involontaria, dalle Teste ritratte da Chuck Close.

L’interesse per le arti in genere, ha portato Pambianchi ad iniziare dialoghi artistici con icone della storia, del cinema, e della cultura erette a ruolo di soggetto delle proprie sperimentazioni creando una sintesi tra tecnica e soggetto, rivisitando e mutando tempi, scene e figure come Patty Smith, Moira Orfei, Innocenzo X, i Samurai, la Regina Elisabetta, David Bowie, Monica Vitti, Sherley Temple. I suoi lavori, frutto di improbabili visioni e minuziosa tecnica, sono metafore di un umorismo sottile e tagliente.

Dal 2017 ha iniziato una nuova produzione di opere e una nuova ricerca materica tra tela come supporto e colore come materia capace di penetrare nella trama del tessuto attraverso tecniche artistiche con le quali si spinge verso grandi dimensioni arrivando a costruire veri e propri Cartoni d’Arazzo privi di telaio. Nonostante la spinta verso le grandi dimensioni Pambianchi non perdere, mai di vista, l’attenzione per il minuzioso e maniacale dettaglio.

Attualmente espone e lavora in forma stabile con Galleria d’Arte di Milano, Rimini, Montalcino, Grenoble (FR), Firenze, Ferrara.

Ha esposto in Francia 2018, Hong Kong 2015, Dubai e Abu Dhabi 2015, Singapore e Amburgo 2014, Montalcino, Milano, Torino, Ferrara, Rimini, Firenze.

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…da una intervista di Evà Bouchard a Enrico Pambianchi il 20 novembre 2017

 [evà bouchardciao enrico potresti presentarti e presentare la tua vita artistica?

[ENRICO PAMBIANCHI] “…ciao Evà sono Enrico Pambianchi un pittore artista ferrarese nato nel 1969, da sempre disegnatore instancabile e ricercatore insaziabile di relazioni tra opera, soggetto raffigurato e materiali di lavoro (tele di cotone, garze, corcoro, tavolette, cartoni, olii, gessetti, carboncini, sanguigne). Inizio negli anni ’80 con una pittura figurativa di matrice rinascimentale, cinquecentesca, riprodotta a penna, gessetti, olio e carboncino. Disegnavo satiri, corpi umani nerboruti, cavalli imbizzarriti, figure mitologiche, uomini, dei e cristiani. Ridisegnavo, grazie alla mia sapiente mano, i “Nudi di Schiena” e i “Corpi in Movimento” capolavori a penna del periodo giovanile di Michelangelo Buonarroti, leggevo e disegnavo il ‘900 di Dalì e Francis Bacon. Fui influenzato dal linguaggio del mio amico ma prima di tutto maestro, l’artista modenese Wainer Vaccari, al quale dedicai un ritratto ora custodito nella Collezione di Vittorio Sgarbi. Riprodussi, trasformando, la scena del martirio di San Sebastiano, ridisegnai Polifemo fino all’ossessione. Verso la fine del secolo passato (1995) i miei soggetti dipinti erano sempre più corpi e volti che iniziano a deformarsi. Si mescolarono in me tecniche, linguaggi e punti di vista differenti che andavano dal ‘500 al ‘900. Amo la Spagna delle corride, dipingo i toreri e il loro sangue, fino a farne trasudare le tele. Credo di avere iniziato un percorso da agnostico, miscredente iconoclasta, dipingendo visi, corpi e scene in cui intravvedo iperboli di deformità. Qui è nato il mio linguaggio. Uno stile identificabile come “iperrealismo visionario”. Sempre più influenzato dai personaggi dei fumetti, dalle icone della storia, del cinema e dell’arte, ma anche ispirato da volti sconosciuti del quotidiano. Sono affascinato dalla sintesi tra tecnica e soggetto, rivisitando e mutando tempi, scene e figure come Frankenstein, Capitan America, Patty Smith, Moira Orfei, Innocenzo X, scene di Velazquez, protagonisti delle opere di Rembrandt, fotografie di carcerati in ospedali psichiatrici, lottatori di Sumo. I miei lavori, frutto di improbabili visioni e minuziosa tecnica, credo siano metafore di un umorismo sottile e tagliente.

In questo ultimo anno, 2017, ha intrapreso un percorso dedicato alla grande dimensione che mi vede impegnato in una nuova produzione di opere costruite con la tecnica dei “Cartoni d’Arazzo…”.

[evà bouchard] quale e’ tua la tecnica artistica ?

[ENRICO PAMBIANCHI] “…Le mie Opere sono una ricostruzione immaginifica realizzata a matita, olio, carboncino, sanguigna, di immagini stampate che vengono incollate su tela e poi strappate. Lo strappo genera lacerazioni casuali dell’immagine lasciando zone bianche prive di segni e di significati che vengono poi ricostruiti dalla mia meticolosa mano seguendo un pensiero a volte legato alla percezione altre alla pulsione della scena da ricostruire. Una scena unica che si basa sul dialogo personale tra me e il soggetto scelto per il quadro. Le lacerazioni lasciano spazi incompiuti simili a carta bianca su cui io ridisegno, con tecnica minuziosa e diligente, porzioni di immagini inesistenti e dettagli di scene mai avvenute. Le lacerazioni sono vere e proprie finestre da cui entrano baleni di immagini già sedimentate nel mio patrimonio pittorico e linguistico.

I colori utilizzati nelle mie opere sono spesso colori che ricordano il sangue e la terra, una cromia calda che genera opere sensuali, palpitanti, fervide, impetuose e turbolente.

Nei miei lavori è impossibile pensare al tema della serialità della riproduzione, dell’industrializzazione del quadro. Le mie opere sono uniche e i colori dei quadri sembrano uscire più dal periodo classico della pittura  che dal tempo contemporaneo in cui vive l’autore.

La percezione delle opere è prossima a quella di una Pala d’altare di una cattedrale rinascimentale, immagini romantiche ricostruite da tonalità di colori caldi che eccitano suscitando gioia, forza, potenza, attività , passione…”

[evà bouchard]  perché rappresenti David Bowie ?

 [ENRICO PAMBIANCHI] “… io ho scelto di rappresentare David Bowie per la sua capacità di essere un artista poliedrico. Lui era scrittore, cantante, attore, produttore, trascorrendo cinquant’anni della sua carriera all’insegna della metamorfosi, delle trasformazioni continue, dell’ansia di percorrere e precorrere i tempi.

Ho scelto David Bowie perchè nel suo periodo  musicale più intenso tra gli anni ’70 e ’80 io ero un ragazzino e il suo continuo trasformismo e la sua potenza teatrale mi sono rimaste nella memoria.

Ma in verità più che avere scelto di dipingere David Bowie ho deciso di dipingere Ziggy Stardust ovvero la rock star finta e inventata da Bowie stesso. Mi interessa il principio camaleontico dell’essere umano, infatti preferisco dipingere l’alter ego di Bowie che ha sempre vissuto come personaggio a se stante.

Ziggy trasmetteva un ideale sintetico di sex appeal effeminato e di pura potenza, una rockstar aliena pansessule, mandata sulla Terra come messaggero per diffondere speranza: una figura edonistica e selvaggia con un messaggio centrale di pace e amore.

Questi tempi legati alla trasformazione del corpo, della mente, del pensiero sono gli elementi primordiali della mia arte pittorica rigenerati in arte musicale per cui mi piace riprendere la figura di Zyggy mutandola ulteriormente, con segni sul corpo ricostruiti ad olio e matita. Cicatrici, lividi, solchi, tracce sul corpo e sul viso appartenenti al mio linguaggio ma anche appartenenti alla valigia da trasformista di Bowie…”

“… a me non interessa la visione di David Bowie come celebrità della  scena musicale pop internazionale, e non mi interessa Bowie come rappresentante dell’industria della musica. A me piace Bowie come uomo camaleonte nelle sue centomila trasformazioni…”

[evà bouchard]  senti di avere attinto qualcosa dalla pop art?

[ENRICO PAMBIANCHI] “…Warhol dipinse l’alto valore simbolico dei propri soggetti, contribuendo lui stesso a creare una icona celebre che creò la leggenda. Pensate al quadro di Marilyn Monroe.  Warhol manipolò i volti delle grandi star  attraverso un montaggio meccanico di zone di colore accostate con l’approssimazione dei prodotti commerciali a basso costo. Colori semplici, primari, forti che valorizzavano le parti fondamentali del viso. I colori di Marilyn fecero emergere i suoi occhi, la sua bocca, i suoi capelli. Così Warhol creò una maschera, un cartoon che semplificando i caratteri del personaggio lo rese riconoscibile e consumabile dal pubblico. Warhol usò la tecnica della serializzazione tipica del mondo industriale. I tanti volti di Marilyn sottrassero l’idea del carattere individuale trasformando tutto in logica ripetitiva e meccanica tipica dell’industria. Warhol abbandonò il disegno a matita e ad olio per avvicinarsi alla tecnica serigrafica usata nella pubblicità per creare immagini infinite caratterizzate da colori aggressivi e innaturali. Warhol portò nell’arte i codici della società consumistica non per criticarla ma per potenziarla. Con questo linguaggio e queste tecniche Warhol volle uscire dal clichè dell’artista – intellettuale romantico per mostrare come l’artista si stava trasformando nell’osservatore neutro simile ad una macchina……”

“…io dipingo invece l’alto valore letterale del ritratto elaborando, attraverso il  vero disegno, i segni distintivi dei volti e dei visi di persone importanti e di persone sconosciute. Non voglio celebrare i volti di persone famose ma voglio prendermi gioco dei tratti somatici delle persone. Dove Warhol è approssimativo io sono preciso. Le mie opere nascono dai disegni a matita di Michelangelo, dalle distorsioni dei corpi di Bacon. I miei ritratti nascono dalla necessità di ri-disegnare situazioni irreali. Mi piace celebrare attraverso i ritratti ad olio, carboncino, matita, una produzione di carattere popolare contraddistinta però da una ricerca esasperata dell’eccessivo e del sensazionale. I crani dei miei soggetti sono ipercefali. Gli occhi si moltiplicano, i capelli trasudano sangue, il tutto incorniciato da fiori e supereroi. Il mio linguaggio rifiuta la categoria della POP ART ma forse prende in considerazione il carattere popolare dell’arte avvicinandosi però alla categoria della PULP ART, più vicina ai quadri tratti da una sequenza cinematografiche di Tarantino tra il 1980 e il 1990 che alla scatola di detersivo Brillo  del 1964…”

[evà bouchard] Perché hai scelto di continuare il lavoro di artisti che denunciano la società dei consumatori?

 [ENRICO PAMBIANCHI] “…Io non voglio denunciare la società dei consumatori …voglio liberarmi dalla società del consumo infatti i soggetti delle mie opere non sono mai celebrati alla massima potenza, il mio linguaggio non vuole rendere riconoscibile il soggetto dei ritratti. Io vorrei nascondere il viso famoso dietro a scene quotidiane insignificanti, a volte trascurabili, altre volte iper-reali, scene colme di fantasie sensazionali che non potranno mai avvenire. Scene chimeriche. Scene di redenzione. Scene sarcastiche. Scene ironiche dove Frankestein la creatura spaventosa nata da Mary Shilley viene raffigurata come creatura consolante attraverso una corona di fiori dietro l’orecchio o attraverso un costume da bagno tutto decorato con ghirlande. Non è mia intenzione denunciare la società dei consumi ma vorrei cambiare l’idea e il modo di consumare arte. Vorrei si ritornasse ad apprezzare il lavoro meticoloso dell’artigiano disegnatore, colui che conosce le tecniche e i materiali e che li sa’ applicare in chiave contemporanea.  Non si devono consumare immagini create dal Sistema, non facciamoci abbagliare, giochiamoci. Bisogna individuare nei singoli caratteri di una immagine peculiari riferimenti alla propria vita, appropriandosi solo in parte del soggetto pittorico ed iniziare un processo di transfert, dove sentimenti, emozioni e pensieri si spostano, come schemi, da un soggetto all’altro…”

[evà bouchard] come definiresti la pop art ?

[ENRICO PAMBIANCHI] “…Arte passata o presente, già definita nei libri di storia dell’arte e dai critici d’arte come un movimento artistico che deriva dalla parola inglese “popular art” ovvero arte popolare che si è posta contro l’espressionismo astratto che non poteva essere compreso dal popolo rivolgendo la propria attenzione al prodotto del quotidiano, conosciuto da tutti, sottratto dal proprio contesto, potenziato nella sua immagine simbolica per reintrodurla nel sistema sociale collettivo…”

“…per me la POP ART invece ha un ruolo diverso. La POP ART non è solo una questione iconografica. La POP ART non deve celebrare esclusivamente l’oggetto ma dovrebbe vedere l’opera d’arte come leva di crescita culturale per il popolo, per la comunità, per la gente. La POP ART dovrebbe avere un ruolo pedagogico, si dovrebbero definire POP ART tutte quelle forme artistiche (musica, design, pittura, scultura, architettura, poesia, letteratura, danza,….) in grado di contribuire allo sviluppo e alla crescita dello stato di conoscenze e pratiche acquisite da un individuo o da una società utile alle sedimentazione di un patrimonio e di un linguaggio comune volto al progresso e al futuro…”

“…Non è assolutamente possibile associare le mie opere alle opere della Pop Art. Io non svolgo la mia ricerca nell’ambito dell’oggetto di consumo. Io non uso soggetti popolari come codici di accesso alla società del consumo. Io non voglio essere l’artista neutro simile ad una macchina di pubblicità che riproduce codificando immagini conosciute. Io sono un minuzioso e attento disegnatore di dettagli che ripercorre, grazie alla mia tecnica dello strappo delle immagini, spazi lasciati bianchi nella vita dei personaggi che scelgo come soggetti delle mie opere. Spazi in cui io posso riscrivere la loro storia vista attraverso il mio patrimonio di ricordi. Io dipingo sempre personaggi o scene che nel loro DNA portano l’informazione del mutamento, della trasfigurazione, del profondo cambiamento sempre affrontato in chiave ironica o sarcastica. Io dipingo vicende sotto forma di immagini, rese amare dalla pungente ironia della mano del pittore volta a schernire i soggetti che hanno polarizzato le aspirazioni di epoche passate. Eroi, miti, protagonisti di fumetti, personaggi umani dotati di capacità fuori dal comune, modelli da imitare, con passati dai risvolti terribili o patetici, divengono elementi ordinatori di quadri costruiti con turbinii di forme apparentemente senza senso. Nei miei lavori tutte queste figure s’intrecciano. Colonizzatori, civilizzatori, mezzi di aspirazione di popoli e culture – volti ad identificare la propria grandezza -sono narrati attraverso immagini sarcastiche, in cui frasi, epitaffi, locuzioni insolenti e scene chimeriche, danno un senso di tempo sospeso in una azione finita.

Un’emanazione di decadimento circonda i protagonisti delle mie opere. Un senso di potente declino, dato da ritocchi e ricostruzioni ad olio, carboncino e sanguigna, governa la semantica delle composizioni. Scene mai realizzate s’innestano nelle sequenze filmiche di alcuni quadri per generare nuovi fotogrammi dove le figure si prendono gioco dell’osservatore. Enrico spesso dipinge l’eroe decadente che si rinchiude in se stesso cercando di ascoltare quelle voci interiori e quelle folgorazioni che lo portano a trovare le “corrispondenze” che collegano in modo misterioso tutte le cose, abbandonandosi all’empatia…..”

 Il senso di disfacimento e di beffarda fine, trasmesso dalle opere di Pambianchi all’osservatore, esalta una pulsione di raffinatezza ed eleganza di momenti emblematici in un’azione allo stremo, in una operazione mirata all’eccessivo e al crudo sensazionale che si esprime attraverso forme quintessenziali.

Per questi motivi Enrico Pambianchi vive sui bordi o addirittura entra nel campo semantico della PULP ART

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